lunedì 22 ottobre 2007

[Contributi] Matematica e poesia

Un nuovo contributo dell'amico Gaetano Barbella, che stavolta potrebbe sembrare una "contaminazione", un O.T. ...
Insolito, certo. Io lo ritengo una bella contaminazione.
Dice Gaetano:

"Dice Gesù ai suoi apostoli: «Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde il sapore con che cosa lo si potrà salare?» (Mt 5,13). E quale, dunque il sale che giova alla matematica?

C'è chi come Karl Weirstrass, che disse: «Un matematico che non abbia un po' del poeta non può essere un perfetto matematico.»
Ma è una delle tante citazioni di moltissimi matematici e scienziati in genere, che dicono in tanti altri modi tutti la stessa cosa.

Dunque è la poesia a "salare" la matematica perché si umanizzi e per vie sommerse fanno evolvere l'umanità intellettivamente.
E la scienza stessa sembra che abbia intuito queste "vie sommerse", sicuramente le stesse del «Vie Naiade» dantesche.

Ad Alain Aspect, ricercatore dell'Università di Parigi si deve, nel 1982, la realizzazione di un esperimento la cui portata va ben al di là delle scienze naturali, ma coinvolge tutta la nostra comprensione del reale.
Aspect ha dimostrato che, in determinate condizioni, le particelle subatomiche sono in grado di "comunicare" istantaneamente fra di loro, quale che sia la distanza che le separa. Non importa se
si trovano a pochi millimetri o a miliardi di chilometri di distanza: ogni particella sembra comunque "sapere" ciò che sta facendo l'altra.
Quindi la poesia per la matematica è necessariamente la stessa trattata peculiarmente da un accademico della letteratura perché l'intelletto sia pregno di umanità.

Ecco ora un po' del mio "sale" ...

SETTEMBRE
- SETTE’ ADDÒ VAI? -

Da poco era passato settembre che chiudeva le porte ad una stagione calda insopportabile. Preso da malinconia, mi sorsero pensieri irrefrenabili dall'anima conturbata densa di riflessioni inconsuete.
Per primo, mi si prefigurarono lati non amabili di quando il desiderio sorge forte con voglie inappagabili che la forte calura estiva, poi, trasforma in supplizio.
Il mangiare pur essendo una necessità, comprendendovi quello del corpo e dello spirito, è come se la forte solarità le obbligasse alla rinuncia. Un sacrificio imperativo per chissà quali fini..., ma non si può zittire l'anima perché, forse, è in questo il segno della vita che non si spegne mai.
Resta perciò l'ultimo grido, l'ultima esalazione oltre la speranza, che è come se modificasse il cosmo d'intorno imprimendo il suo sigillo.
È «'O gulio che sfruculea» di un campano in me nel cuore... ed arriverà il suo giorno col giusto “Agnello” per scioglierlo!

‘O GULIO CHE SFRECULEA

Che guaio ‘a calura senz’aria de’ ssere:
è scura pe’ l’omme che nun tene niente,
quanno ‘o gulio le ven’ pe’ lo sfreculià.
Chissà, passa n’anima amica e sente:
vien’ co’ mmè a magnà, cantà e vevere.
Ma è longa ‘st’attesa, che fa sulo pallià.
Fa cap’ a ‘no supplizio che lo fa lacremà,
e co’ chelle ssere senz’aria, pe’ lo cresemà

[Trad.]
LA VOGLIA CHE STUZZICA

Che guaio l’aria immota e calda delle sere:
non le sopporta l’uomo senza denaro,
quanto la voglia gli viene per stuzzicarlo.
Chissà, passa un amico e sente da lui:
vieni con me a mangiare, cantare e bere.
Ma è lunga quest’attesa, che lo illude soltanto.
Fa capo ad un supplizio che lo fa piangere,
e con quelle sere senz’aria, per crocifiggerlo.

Sono attimi di vita per gli altri che ci sfiorano ma non per chi sta per morire. È come fosse invece un'eternità ma avvolta in un sonno, una sorta di sudario medicamentoso. Qui la notte si unisce ad un sonno soporifero lenendo l'immane sofferenza di prima che si dilegua sconfitta.
Nel misticismo degli esoterici si dice che a tutti è dato nell'ultimo attimo di vita di rivivere, come in un film, tutta la vita trascorsa sin dalla nascita.
È la notte dei tempi di «Quann'ero guagliunciello»...

QUANN’ERO GUAGLIUNCIELLO

Ddoce è ‘a nuttata quanno
a fora, ‘o vient’ soscie forte.
Me stregn’ sott’ ‘e cuperte
e m’addormo penzanno.
Penzo a comm’era bello
quann’ero guagliunciello.

[Trad.]
QUAND’ERO RAGAZZINO

Dolce è la notte quando
fuori, il vento fischia forte.
Mi stringo sotto le coperte
e mi addormento "penzando".
"Penzo" a com’era bello
"quanndo" ero ragazzino.

Ma come si fa a slittare per sempre dal presente, per chissà quali altri “presenti”, senza fissare in sé la nostra caducità estrema come di una foglia autunnale che si adagia fra altre sulla fredda terra? E resta anche il tempo per salutare lo stesso tempo, Settembre...
Ma si sta facendo giorno. Un altro giorno che è come non ci appartenga più, mentre lui, Settembre col suo carro, s'avvia al suo tramonto annuale. Cerco di trattenerlo ma non posso far altro che salutarlo nella tristezza e malinconia che mi assale senza rimedio.
«Sette' addò vai?» dico quasi inseguendolo. «Quanno ce vedimmo Settembre?». E poi aggiungo altre parole...

SETTE’ ADDÒ VAI?

Quanno ce vedimmo Settembre?
Te ne staj’ ienne, ma fra l’ombre
de’ frasche che frusceeno, sento.
Sento a malia de’ ccose d’‘o viento,
C’‘o viento pure l’aucielli, che sanno,
‘ndalleeno a ccà e a llà co’ affanno.

SETTEMBRE DOVE VAI?

Quando ci vediamo Settembre?
Te ne stai andando, ma fra le ombre
delle frasche rumorose, sento.
Sento l’incantesimo delle cose del vento.
Col vento pure gli uccelli, che sanno,
indugiano di qua e di là con affanno.

Ora mi sovviene un vero poeta, napoletano verace, che tanto ammiro, Salvatore Di Giacomo. È forse un barlume d'aurora di quel nuovo “presente” in cui ci si reca “dopo”?
Deve essere così perché le misere mie spogli in quei «aucielli» della mia poesiola sembrano rinvigorirsi al suo comparire d'incanto. Egli, tutt'altro che infastidito dal mio farfugliare, si unisce al mio lamento per introdurvi qualcosa di prezioso, l'amore che io non ero stato capace di rigenerare... Sono le sue auriche “rundinelle” primaverili che cantano per darmi il benvenuto, di certo...

«Ncopp’a lu mare passano, cantanno
d’ammore e gelusia, li rundinelle
quando a n’ato paese se ne vanno»
(da Fronna D’Aruta)

Gaetano Barbella
«Il geometra pensiero in rete»

Note:

Su Salvatore Di Giacomo, straordinaria voce poetica di Napoli, rimando a un bell'articolo di Nevia Buommino, insegnante di lettere, esposto sul sito Porta@Napoli.

L'immagine di testata è stata tratta da http://marziaserra.splinder.com/


grazie Gaetano!

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2 commenti:

  1. Gaetano Barbella22 ottobre 2007 14:58

    Sei formidabile Giovanna! Hai saputo "accomodare" i miei refusi racchiudendoli fra virgolette, quasi a proteggerli amorevolmente. Hai capito che erano assai preziosi. Così non si potrà dire che non sono campano giacché si verrebbe a sapere che sono nato a Bolzano e vissuto parte della mia vita nel nord. Ma il mio sangue è quello del sud grazie ai miei genitori.
    Quei "penzando" e poi "quanndo" costituiscono la prova che sono di un vero napoletano co' 'o core (col cuore), ma che si legano attraverso il resto all'italianità nella sua interezza.
    Gaetano

    RispondiElimina
  2. ah, quei "refusi", non li ho mica considerati tali, mi sono piaciuti troppo!
    E bisognava "proteggerli" :-)
    grazie ancora Gaetano,
    dal "core" meridionale! :-)
    ... eppoi il nord "Bolzano", ha un cuore ...grande! Recentemente ho qualche conferma...

    RispondiElimina

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